Quarantа miliardi di dollari destinati in dieci anni a progetti legati a migrazione e rifugiati. Ma appena 110 milioni per favorire la mobilità internazionale dei lavoratori e prepararli alle professioni richieste all’estero. Una nuova analisi della World Bank accende i riflettori su ciò che ancora manca: investire nelle competenze prima che le persone attraversino una frontiera. In Italia, l’articolo 23 del Testo Unico Immigrazione offre già una strada concreta: selezione e formazione nei Paesi terzi, ingresso legale fuori dalle quote del Decreto Flussi e assunzione presso un’azienda italiana.
Quarantа miliardi per la migrazione. Ma quanto investiamo prima del viaggio?
Per anni abbiamo guardato alla migrazione soprattutto dal punto di arrivo. Alle frontiere, all’accoglienza, all’inserimento, alle difficoltà che cominciano quando una persona ha già lasciato il proprio Paese. Molto meno a ciò che potrebbe accadere prima. Prima della partenza. Prima del viaggio. Prima ancora che una persona decida quale strada percorrere. È proprio su questo squilibrio che interviene una nuova analisi pubblicata il 22 settembre 2026 dalla Banca Mondiale. David McKenzie, economista del Development Research Group, insieme a Charlotte Müeller e Pablo Acosta, ha esaminato i finanziamenti dell’istituzione tra il 2014 e il 2024. Il risultato racconta una sproporzione significativa: 160 progetti legati alla migrazione e ai rifugiati, per circa 40 miliardi di dollari complessivi, dei quali 15 miliardi destinati a componenti specificamente migratorie. Eppure soltanto 110 milioni di dollari, distribuiti su sette progetti, hanno riguardato attività finalizzate ad aumentare la mobilità internazionale dei lavoratori o a prepararli meglio per un’occupazione all’estero. Una quota pari ad appena lo 0,015% dei finanziamenti annuali della Banca.
World Bank Blogs Il messaggio che emerge dalla ricerca è chiaro: non basta gestire le conseguenze della mobilità. Bisogna cominciare a costruirne le condizioni. E il punto di partenza non può che essere il lavoro.
Non basta insegnare un mestiere. Bisogna sapere dove servirà
La Banca Mondiale individua nella formazione tecnica e professionale, la cosiddetta TVET, uno degli strumenti sui quali investire maggiormente. Ma introduce un elemento decisivo: le competenze devono essere collegate alle richieste e ai sistemi di certificazione dei Paesi di destinazione. Non è sufficiente formare genericamente un elettricista, un meccanico o un operatore specializzato. Occorre che quella preparazione sia riconoscibile, verificabile e coerente con ciò che un’impresa straniera sta effettivamente cercando. La ricerca richiama esperienze in Bangladesh, Nepal, Papua Nuova Guinea e Tonga, oltre al modello delle Global Skills Partnerships, attraverso il quale i Paesi di destinazione contribuiscono allo sviluppo delle competenze nei Paesi d’origine.
World Bank Blogs È qui che l’analisi internazionale incontra una possibilità già prevista dall’ordinamento italiano. Il Decreto Cutro, modificando l’articolo 23 del Testo Unico Immigrazione, ha rafforzato il canale che consente ai cittadini di Paesi terzi di completare programmi approvati di formazione professionale e civico-linguistica all’estero e accedere successivamente all’ingresso lavorativo in Italia fuori dalle quote ordinarie del Decreto Flussi.
La logica è precisa: partire dal fabbisogno delle imprese italiane, individuare le professionalità necessarie, selezionare le persone nel Paese terzo e costruire una formazione che comprenda mestiere, lingua italiana, educazione civica, diritti e sicurezza sul lavoro. Poi, completato positivamente il percorso, attivare le procedure previste per il nulla osta, il visto e l’assunzione. Non esiste alcun automatismo. Esiste però la possibilità di preparare una persona per un lavoro individuato prima della partenza.
Road To Italy, la valigia deve essere l’ultima cosa da preparare
È precisamente questa la direttrice sulla quale lavora Road To Italy, progetto sviluppato da SIA Servizi. La Banca Mondiale non sta proponendo il Decreto Cutro italiano, né la sua ricerca riguarda direttamente i programmi approvati dal nostro Ministero del Lavoro. Ma il principio che emerge è profondamente coerente: collegare formazione, competenze e domanda occupazionale prima della mobilità. Road To Italy parte da un’immagine concreta. Un’impresa italiana ha ordini, macchinari, possibilità di crescere. Ma non trova il tecnico necessario. Quella postazione vuota deve diventare il punto di partenza del progetto. Soltanto dopo si guarda al Paese terzo: Costa d’Avorio, Mozambico, Albania, Egitto o un altro territorio nel quale sia possibile individuare candidati e costruire un programma coerente con il fabbisogno espresso. La selezione precede la formazione. La formazione precede il viaggio. E il viaggio deve inserirsi in un percorso legale finalizzato all’assunzione in Italia. È una sequenza che cambia il modo stesso di concepire la mobilità professionale: non cercare un lavoro a una persona dopo che è arrivata, ma preparare una persona per un lavoro che un’impresa ha già dichiarato di avere bisogno di coprire. Per anni abbiamo investito soprattutto per affrontare ciò che accade dopo una frontiera. La nuova sfida è investire nelle competenze prima che quella frontiera venga attraversata. Sapere quale mestiere servirà. Individuare chi potrà impararlo. Costruire la formazione. Preparare la lingua. Definire il percorso lavorativo. E soltanto alla fine preparare la valigia. Prima il bisogno. Poi la competenza. Infine il viaggio.





