Elettricisti, manutentori, meccanici, saldatori e impiantisti: tra il Lazio industriale e l’Abruzzo manifatturiero il problema non è soltanto creare occupazione, ma trovare professionalità adeguate. L’articolo 23 apre una strada da esplorare: partire dalle esigenze delle imprese e formare nei Paesi terzi le figure che servono davvero. Per anni abbiamo misurato la salute del mercato del lavoro contando i posti disponibili. Più assunzioni significavano più crescita, meno assunzioni raccontavano una frenata. Oggi quel termometro da solo non basta più. Perché può accadere qualcosa di apparentemente paradossale: il lavoro c’è, l’impresa vuole assumere, ma dall’altra parte della scrivania manca la persona con le competenze necessarie per occuparlo.
Succede nel Lazio. Succede in Abruzzo. Due territori diversi per dimensioni e struttura economica, ma uniti da filiere nelle quali il capitale umano rischia di trasformarsi nel prossimo grande collo di bottiglia.
La domanda si concentra soprattutto sulle professionalità tecniche: elettricisti, manutentori meccanici ed elettromeccanici, saldatori, operatori specializzati, meccanici, impiantisti e addetti alle lavorazioni industriali. Mestieri che sembravano appartenere alla fabbrica di ieri e che invece sono diventati indispensabili per quella di domani.
Dal Lazio industriale all’Abruzzo manifatturiero
Roma inevitabilmente occupa una parte enorme della fotografia economica laziale. Ma basta allontanarsi dalla Capitale per incontrare un’altra regione.
C’è il sistema industriale di Frosinone e Cassino, c’è l’automotive con tutto ciò che gli ruota intorno, ci sono meccanica, farmaceutica, impiantistica, costruzioni, energia, logistica e servizi tecnici. E poi c’è Roma stessa, con un’enorme domanda legata a infrastrutture, manutenzione, edilizia e impianti.
Il problema diventa evidente quando alla necessità di assumere si accompagna la difficoltà di reperire determinate competenze.
Attraversato il confine regionale, lo scenario cambia ma non completamente.
L’Abruzzo conserva una forte vocazione manifatturiera. Automotive e componentistica, metalmeccanica, meccanica, impiantistica e costruzioni compongono un tessuto fatto anche di molte piccole e medie imprese.
Ed è proprio per queste aziende che la mancanza di poche persone può pesare moltissimo.
Una grande industria può avere maggiori strumenti per affrontare una posizione scoperta. Per una PMI, invece, cinque saldatori che non si trovano possono significare una commessa più difficile da sostenere, turni da riorganizzare o capacità produttiva che non riesce a crescere quanto potrebbe.
Il tema, quindi, smette di essere esclusivamente occupazionale. Diventa industriale.
Se cinque imprese cercano lo stesso tecnico, il problema cambia dimensione
Ed è qui che associazioni datoriali, Confindustrie territoriali, federazioni e organizzazioni di categoria possono diventare determinanti.
Immaginiamo cinque aziende abruzzesi che abbiano bisogno di tre saldatori ciascuna. Oppure quattro imprese laziali che cerchino manutentori elettromeccanici con caratteristiche simili.
Prese singolarmente sono ricerche aziendali. Messe insieme diventano un fabbisogno territoriale di quindici o venti persone. E soprattutto possono diventare una classe sulla quale costruire formazione.
La partita potrebbe allora spostarsi da una continua rincorsa al candidato disponibile alla programmazione della professionalità necessaria. Non chiedersi più soltanto: dove troviamo oggi un manutentore? Ma iniziare a domandarsi: quanti manutentori serviranno alle nostre imprese tra sei, nove o dodici mesi e come possiamo prepararli prima?
Il Decreto Cutro e la possibilità di costruire competenze fuori dall’Italia
È su questa domanda che i percorsi previsti dall’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione, nel quadro rafforzato dal Decreto Cutro, assumono una prospettiva interessante.
La formazione professionale e civico-linguistica nei Paesi di origine consente, nel rispetto delle procedure previste, di immaginare un percorso costruito prima dell’arrivo in Italia.
Ma per funzionare davvero la sequenza deve partire dall’impresa.
Azienda italiana → fabbisogno → selezione nel Paese terzo → formazione → ingresso legale → assunzione.
Non persone selezionate all’estero alle quali cercare successivamente un lavoro. Il contrario.
Prima bisogna sapere chi serve, quante persone servono e cosa devono saper fare.
Solo allora ha senso iniziare a costruire il resto.
La sfida: non importare manodopera, programmare professionalità
È anche la direzione sulla quale lavora SIA Servizi attraverso Road To Italy®: individuare insieme alle imprese il fabbisogno e verificare la possibilità di costruire nei Paesi terzi percorsi coerenti con quelle necessità.
Ed è qui che Lazio e Abruzzo potrebbero rappresentare un laboratorio particolarmente interessante.
Non servono necessariamente progetti da cento persone. Cinque lavoratori possono rappresentare il primo progetto di un’azienda. Venti possono diventare il progetto di un distretto. Cinquanta possono nascere dall’aggregazione di più imprese che condividono lo stesso problema.
La differenza la farà la capacità di ascoltare il territorio. Perché la questione non è portare genericamente nuovi lavoratori in Italia. È molto più precisa: capire quali persone serviranno alle nostre imprese e cominciare a prepararle prima che quella carenza diventi un freno.
Il lavoro c’è. Le aziende ci sono.
Ora bisogna evitare che a mancare siano proprio le mani capaci di farle correre.





