Dieci progetti già attivi, oltre 1.100 persone coinvolte e sei grandi settori produttivi interessati. L’Italia sperimenta in Egitto un modello che parte dalla formazione nel Paese d’origine e arriva alle imprese che cercano personale. E gli ingressi possono avvenire fuori dalle quote.
Prima capire quali lavoratori servono. Poi formarli. Infine portarli dove quelle competenze vengono richieste. Sembra la sequenza più naturale. Per anni, però, immigrazione e mercato del lavoro hanno spesso percorso strade parallele. L’Italia prova ora a farle incontrare e l’Egitto sta diventando uno dei laboratori più interessanti di questo nuovo modello.
Il Ministero del Lavoro ha fatto il punto il 4 settembre, durante la prima Commissione Congiunta italo-egiziana al Cairo: nel Paese sono attualmente attivi 10 progetti di formazione professionale che coinvolgono oltre 1.100 lavoratori, promossi principalmente da Agenzie per il Lavoro. I settori raccontano immediatamente perché il dossier interessa le imprese italiane: edilizia, meccanica, impiantistica, cantieristica navale, ristorazione e tessile.
Formarsi in Egitto per lavorare in Italia
Il punto decisivo è il meccanismo. I percorsi comprendono la formazione professionale specifica, la lingua italiana e le norme sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Per i programmi riconosciuti nell’ambito della disciplina prevista dall’articolo 23 del Testo Unico Immigrazione, il completamento della formazione consente l’ingresso per lavoro al di fuori delle quote ordinarie.
Non significa assenza di regole. Significa utilizzare una strada diversa. Il lavoratore non aspetta semplicemente l’apertura di una quota per provare a entrare nel mercato italiano. Viene individuato, preparato nel Paese d’origine e collegato a un percorso di mobilità regolare costruito intorno alle competenze. Ed è questa la differenza sostanziale.
Il SIISL completa il ponte verso le imprese
C’è poi un secondo passaggio che rende il modello ancora più interessante. I lavoratori formati nei Paesi d’origine attraverso i programmi approvati dal Ministero vengono iscritti al Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa – SIISL, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È il tassello che abbiamo raccontato parlando dell’interoperabilità tra PIF e SIISL: la formazione effettuata migra insieme al lavoratore e diventa informazione utilizzabile dal mercato del lavoro italiano.
Dietro un nome comincia così ad esserci un profilo. Dietro il profilo, una competenza. Davanti a quella competenza, potenzialmente, un’impresa.
Dall’edilizia alla cantieristica: si parte dai mestieri che mancano
Non è casuale che i programmi egiziani insistano su edilizia, meccanica e impiantistica. La logica dichiarata dal Ministero è quella di rispondere ai fabbisogni delle imprese italiane attraverso una cooperazione strutturata che, contemporaneamente, valorizzi le competenze dei lavoratori egiziani e rafforzi i canali di mobilità legale.
Qui il tema migratorio cambia pelle. Non si discute soltanto di quante persone possano entrare. Si comincia a discutere di quali persone, con quale preparazione e per rispondere a quale domanda di lavoro.
Italia ed Egitto vogliono andare oltre
Roma e Il Cairo non sembrano considerare i dieci progetti un punto d’arrivo. Nell’incontro tra la ministra Marina Calderone e il ministro del Lavoro egiziano Hassan Raddad è stata concordata la prosecuzione del dialogo per ampliare la collaborazione. È stato inoltre avviato il confronto tecnico per una possibile Global Skill Partnership, in collaborazione con la Banca Mondiale, sulla scia delle esperienze con Tunisia ed Etiopia.
È un dettaglio che vale la pena seguire. Perché significa provare a trasformare singoli progetti di formazione in una relazione strutturale tra due mercati del lavoro.
Non solo quanti entrano. Ma come
Per anni il grande numero dell’immigrazione per lavoro è stato quello delle quote. Il nuovo modello aggiunge un’altra unità di misura: le competenze.
Dieci progetti e 1.100 lavoratori non risolvono da soli il problema italiano della carenza di personale. Ma indicano una direzione. Formare prima. Selezionare meglio. Collegare i percorsi ai fabbisogni reali. Costruire ingressi regolari.
Il confine, in questo modello, non è più il punto in cui tutto comincia. Quando il lavoratore arriva in Italia, una parte della strada dovrebbe essere già stata percorsa.





