Non soltanto Decreto Flussi e click day. L’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione consente, a determinate condizioni, di costruire percorsi di formazione professionale nei Paesi terzi e successivo ingresso fuori quota. Una possibilità particolarmente interessante per le aziende che cercano competenze tecniche e non riescono a trovarle sul mercato nazionale.
Le imprese cercano personale, ma il tempo delle assunzioni non coincide con quello delle quote
Un’azienda acquisisce una commessa, programma un investimento, decide di ampliare la produzione. Poi arriva il momento di individuare le persone necessarie a trasformare quei progetti in attività concrete. Ed è proprio lì che, in molti casi, cominciano le difficoltà.
Saldatori, manutentori, operatori meccanici, tecnici specializzati, figure dell’edilizia e dell’impiantistica: professionalità che non sempre risultano immediatamente disponibili sul mercato nazionale.
La ricerca può durare settimane, talvolta mesi. E quando l’impresa decide di guardare oltre i confini italiani, si trova davanti a un sistema di regole che richiede conoscenze specifiche e capacità di programmazione.
Il riferimento più conosciuto resta il Decreto Flussi, che stabilisce le quote di ingresso per determinate categorie di lavoratori stranieri. Un meccanismo che, tuttavia, presenta vincoli temporali e numerici e non garantisce automaticamente l’accoglimento delle domande presentate.
Ma esiste anche un’altra possibilità, meno conosciuta da una parte del mondo imprenditoriale.
Non aspettare che il lavoratore qualificato sia disponibile, ma contribuire a formarlo nel suo Paese d’origine, partendo dalle competenze richieste dall’azienda italiana.
È il principio sul quale si fondano i programmi di formazione professionale e civico-linguistica all’estero disciplinati dall’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione, nell’ambito del quadro normativo rafforzato dal Decreto Cutro.
Dalla selezione alla formazione: come funziona il percorso dell’articolo 23
Il modello cambia la prospettiva tradizionale del reclutamento internazionale.
Il punto di partenza non è un elenco indistinto di candidati disponibili all’estero, ma il fabbisogno professionale di un’impresa italiana. Occorre individuare quali figure siano necessarie, quali competenze debbano possedere e quale preparazione sia richiesta per un futuro inserimento lavorativo.
Su queste basi possono essere costruiti programmi di formazione professionale e civico-linguistica nei Paesi terzi, secondo le modalità e i requisiti previsti dalla normativa.
I lavoratori che completano i programmi approvati possono accedere, nel rispetto delle condizioni applicabili, a un percorso di ingresso in Italia per lavoro subordinato al di fuori delle quote ordinarie del Decreto Flussi.
Questo non significa che l’ingresso sia automatico o che le autorizzazioni non siano necessarie. Restano da rispettare le procedure amministrative, i requisiti relativi al rapporto di lavoro e gli altri adempimenti previsti.
Il vantaggio potenziale riguarda soprattutto la possibilità di programmare la preparazione professionale prima dell’arrivo del lavoratore, collegando formazione e necessità produttive.
Un’impresa che prevede di aver bisogno di determinate figure nei mesi successivi può così valutare un percorso organizzato con maggiore anticipo rispetto alla ricerca di candidati già pronti sul mercato.
È una differenza sostanziale: la formazione non interviene soltanto dopo l’assunzione, ma diventa parte della strategia attraverso la quale costruire le competenze necessarie.
Road To Italy, dalle esigenze delle aziende alla costruzione delle competenze
È su questo collegamento tra domanda di lavoro, formazione e mobilità professionale regolare che si sviluppa Road To Italy®, il progetto promosso da SIA Servizi.
L’obiettivo è accompagnare le imprese interessate nell’individuazione dei fabbisogni occupazionali e nella costruzione di percorsi di selezione e formazione nei Paesi terzi, attraverso il coinvolgimento dei soggetti competenti e nel rispetto delle procedure previste.
La prospettiva interessa soprattutto quei comparti nei quali la difficoltà di reperire personale specializzato può incidere sulla capacità produttiva: edilizia, meccanica, impiantistica, manutenzione industriale e altre attività tecniche.
Perché il modello funzioni, tuttavia, è necessario un presupposto fondamentale: l’esistenza di un’esigenza occupazionale concreta da parte di un’azienda italiana disponibile ad assumere.
Senza questo elemento, la formazione rischia di rimanere un’attività scollegata dalle reali opportunità di lavoro. Con un fabbisogno definito, invece, diventa possibile progettare percorsi coerenti con le professionalità richieste e con i tempi necessari alla loro preparazione.
Un ruolo importante può essere svolto anche dalle associazioni di categoria, capaci di raccogliere esigenze simili da più imprese e favorire la costruzione di iniziative condivise.
È un cambio di prospettiva che merita attenzione. Perché il problema delle competenze non si risolve soltanto moltiplicando gli annunci di lavoro o ampliando il numero dei colloqui.
Richiede programmazione, formazione e capacità di costruire nuove opportunità.
Il lavoratore che un’impresa non riesce a trovare oggi potrebbe essere una persona da formare domani, anche a migliaia di chilometri di distanza.
E per un sistema produttivo che ha bisogno di competenze per continuare a crescere, conoscere e utilizzare correttamente gli strumenti disponibili può fare la differenza tra attendere una soluzione e cominciare a costruirla.





