Secondo un’inchiesta de Il Sole 24 Ore, quasi un lavoratore su dieci in Italia vive sotto la soglia di povertà. Un dato che scuote e interroga: il 9% dei lavoratori italiani si rivolge oggi alle mense francescane, un luogo simbolo della solidarietà che si è trasformato, silenziosamente, in termometro del disagio sociale. Non si tratta più soltanto di persone senza fissa dimora o disoccupati, ma di commessi, addetti alla logistica, operatori dei servizi, badanti e braccianti agricoli, costretti a cercare un pasto gratuito pur lavorando ogni giorno. È la fotografia di un’Italia dove l’occupazione non garantisce più un reddito sufficiente a coprire i bisogni essenziali, e dove il costo della vita — spinto da inflazione e affitti — schiaccia chi si trova ai margini del mercato.
L’emergenza dei “working poor” colpisce in particolare i lavoratori stranieri, che rappresentano oltre un terzo di coloro che chiedono aiuto alle strutture caritative. Spesso impiegati in settori a basso valore aggiunto, con contratti irregolari o part-time involontari, molti migranti si trovano in un circolo vizioso tra precarietà, esclusione abitativa e mancanza di formazione. Come sottolineano i dati ISTAT, più del 40% degli stranieri occupati in Italia svolge lavori sottoqualificati rispetto al proprio titolo di studio. A mancare, oltre alle tutele, è l’accesso a percorsi di aggiornamento professionale e linguistico, fondamentali per accedere a impieghi meglio retribuiti e stabili. La povertà, in questo contesto, non è solo economica ma anche culturale: l’assenza di strumenti adeguati limita le possibilità di riscatto e blocca il potenziale di migliaia di persone pronte a contribuire alla crescita del Paese.
Ecco perché iniziative come quelle promosse da SIA Servizi e dal programma Road To Italy® rappresentano una risposta concreta a un problema sistemico. Attraverso corsi di lingua italiana di base e di secondo livello, formazione professionale finanziata da Fondimpresa e percorsi di inserimento lavorativo mirato, queste realtà offrono ai cittadini stranieri e rifugiati la possibilità di emanciparsi dal lavoro povero e di costruire una carriera dignitosa. La conoscenza della lingua, la comprensione delle regole contrattuali e la qualificazione tecnica sono i primi passi per uscire dall’invisibilità. Restituire dignità al lavoro significa creare una società più equa, dove l’inclusione non è un privilegio ma una responsabilità condivisa. Solo così l’Italia potrà tornare a essere quel Paese che, nel lavoro, vede il fondamento della libertà e non il simbolo della sopravvivenza.





