Da qui al 2050 oltre 600 milioni di giovani entreranno nel mercato del lavoro africano. La Banca Mondiale lancia un programma per ascoltarne aspirazioni e formarli anche sulle nuove competenze digitali. Dall’altra parte del Mediterraneo le imprese italiane faticano a trovare tecnici e personale specializzato. In mezzo esiste uno strumento ancora tutto da sviluppare: l’articolo 23 del Testo Unico Immigrazione. Non portare persone in Italia per cercare un lavoro. Individuare prima il lavoro, formare la persona nel Paese d’origine e costruire soltanto dopo il viaggio.
Due continenti e un problema che può diventare opportunità
Seicento milioni. È un numero talmente grande da rischiare di non raccontare più nulla. Eppure dietro quei 600 milioni di giovani africani che entreranno nel mercato del lavoro entro il 2050 ci sono altrettante domande: quale mestiere faranno? Quali competenze avranno? Dove potranno utilizzarle? La Banca Mondiale ha appena lanciato “The Job I Hope For”, iniziativa aperta ai maggiorenni dell’Africa subsahariana che vuole raccogliere aspirazioni professionali e contemporaneamente avvicinare i partecipanti alle nuove competenze digitali. A ottobre saranno messi a disposizione anche moduli gratuiti sull’intelligenza artificiale generativa, prompting e utilizzo responsabile dell’AI. Ma per l’Italia il punto interessante viene subito dopo. Perché mentre l’Africa si domanda quale lavoro costruire per milioni di giovani, migliaia di imprese italiane continuano a domandarsi dove trovare le persone capaci di svolgere lavori che qui non riescono più a coprire.
Il Decreto Cutro può mettere il mestiere nel mezzo
È qui che entra l’articolo 23, nella nuova architettura rafforzata dal Decreto Cutro. La logica è profondamente diversa da quella di una migrazione lasciata al caso. L’impresa italiana individua una professionalità necessaria; nel Paese terzo vengono selezionate persone compatibili con quel profilo; viene costruito un programma di formazione professionale e civico-linguistica approvato; chi completa positivamente il percorso può successivamente accedere allo specifico canale per l’ingresso lavorativo fuori dalle quote ordinarie del Decreto Flussi, attraverso le procedure previste. La Banca Mondiale non sta costruendo questo corridoio verso l’Italia e sarebbe sbagliato sostenere il contrario. Sta però facendo emergere un patrimonio enorme di aspirazioni e competenze. Il passo italiano può essere trasformare una parte di quel potenziale in professionalità costruite intorno a una domanda occupazionale reale.
Road To Italy, non 600 milioni di lavoratori: il lavoratore giusto per quella sedia
È la differenza sulla quale si gioca la missione di Road To Italy di SIA Servizi. L’Africa non può diventare un catalogo sterminato di persone disponibili. Sarebbe culturalmente sbagliato e industrialmente inutile. Bisogna partire dalla parte opposta. Dalla sedia vuota dentro l’azienda italiana. Serve un saldatore? Un elettricista? Un manutentore? Un meccanico? Si parte da quel mestiere. Poi si individua il Paese, si selezionano le persone, si costruisce la formazione e soltanto alla fine si percorre la strada legale verso l’Italia e l’assunzione. Seicento milioni raccontano la dimensione della sfida africana. Road To Italy deve occuparsi di qualcosa di molto più piccolo e molto più concreto: mettere una competenza davanti a un posto di lavoro. Prima il bisogno. Poi la formazione. Infine il viaggio.





