Giovani italiani in fuga: l’altra faccia della mobilità

C’è un’Italia che parte e un’Italia che resta, spesso con le valigie pronte. Secondo l’ultimo approfondimento de La Stampa, negli ultimi cinque anni oltre 400 mila giovani under 35 hanno lasciato il Paese in cerca di stabilità e riconoscimento professionale. Il dato, confermato anche dall’ISTAT, racconta una realtà che brucia: il saldo migratorio dei laureati italiani è negativo da oltre un decennio. Ogni anno più di 20 mila professionisti formati nelle università italiane trovano occupazione all’estero, soprattutto in Germania, Regno Unito e Olanda.

Non è una fuga di cervelli isolata, ma la conseguenza di una precarietà cronica. Retribuzioni basse, percorsi di carriera incerti e scarsa connessione tra formazione e lavoro hanno generato un divario che spinge intere generazioni a cercare futuro altrove. L’Italia, secondo l’OCSE, è il penultimo Paese europeo per tasso di occupazione giovanile. Al tempo stesso, le imprese italiane segnalano una carenza strutturale di manodopera qualificata: 45% delle posizioni aperte resta scoperto. Un paradosso che fotografa un sistema bloccato.

Le aziende cercano competenze che non trovano, i giovani non trovano imprese disposte a valorizzarle. In mezzo, un Paese che si svuota. L’assenza di politiche di formazione continua e di percorsi di transizione scuola-lavoro ha aperto un vuoto di competenze tecniche e linguistiche che rischia di frenare la crescita industriale. Ma mentre l’Italia perde capitale umano, il mondo intorno cambia. L’Europa si apre a una nuova mobilità del lavoro, in cui migranti, rifugiati e giovani in formazione diventano parte di un’unica catena di competenze.

Ecco perché oggi parlare di formazione integrata e percorsi inclusivi non è solo una questione sociale, ma una priorità economica. Creare un’Italia capace di formare, attrarre e trattenere talento significa investire in capitale umano, non solo interno ma anche in arrivo.

In questa direzione si muovono realtà come SIA Servizi, che con il programma Road To Italy® hanno trasformato la formazione in un ponte concreto tra persone e impresa. Corsi di lingua italiana di base e di secondo livello, percorsi tecnici, orientamento, digitalizzazione e tutoraggio per l’inserimento lavorativo: un modello che offre ai rifugiati e ai nuovi cittadini la possibilità di entrare nel mondo del lavoro, e alle imprese italiane l’occasione di colmare i propri vuoti di competenze.

È una visione complementare: mentre una parte di giovani italiani parte, un’altra Italia — più aperta, più moderna, più formativa — può crescere accogliendo chi vuole costruire qui il proprio futuro.
Il vero antidoto alla fuga non è trattenere chi parte, ma rendere l’Italia un Paese in cui valga la pena restare. E per farlo servono formazione, inclusione e visione. Quelle che oggi realtà come SIA Servizi e Road To Italy stanno già rendendo operative, ogni giorno, dal linguaggio al lavoro.

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