Niente click day e domanda presentabile durante tutto l’anno. Ma l’articolo 23 non apre una scorciatoia: per assumere un lavoratore formato in un Paese terzo servono un percorso riconosciuto dal Ministero, competenze certificate e una procedura precisa. Dalla formazione al modello LFE, ecco come la nuova mobilità professionale entra concretamente nelle aziende italiane.
Prima il lavoratore formato, poi la domanda
Il punto di partenza è semplice ma decisivo: non basta trovare all’estero una persona con il mestiere che serve. Per utilizzare il canale previsto dall’articolo 23 del Testo Unico Immigrazione, il lavoratore deve avere frequentato un programma di formazione professionale e civico-linguistica approvato dal Ministero del Lavoro. Solo a quel punto il datore italiano può presentare allo Sportello Unico per l’Immigrazione la richiesta di nulla osta utilizzando il modello LFE, dedicato alle conversioni fuori quota e ai progetti speciali. La domanda può essere inoltrata durante tutto l’anno e il nulla osta viene rilasciato al di fuori delle quote stabilite dai decreti flussi.
La differenza con il sistema tradizionale è enorme. Non c’è una finestra annuale nella quale migliaia di imprese devono tentare contemporaneamente di conquistare una quota disponibile. Qui il tempo dell’impresa prova finalmente a incontrare il tempo del lavoro. E la procedura, nel frattempo, si è accorciata: per i lavoratori formati all’estero il termine massimo previsto per il rilascio del nulla osta è stato ridotto da 60 a 30 giorni.
Dietro la sigla LFE c’è una persona già preparata
La parte interessante emerge quando si osservano i documenti richiesti. Una pagina operativa della Prefettura di Frosinone, aggiornata il primo settembre, mette in fila passaporto, proposta di contratto di soggiorno, documentazione sull’alloggio, asseverazione, attestato finale della formazione e titolo che dimostri il raggiungimento del livello linguistico A1. Non è burocrazia sganciata dal progetto: racconta la filosofia stessa del sistema. Il lavoratore deve arrivare alla procedura dopo avere già costruito una parte del proprio bagaglio professionale e linguistico.
È precisamente in questo tratto che si inserisce Road To Italy, il progetto sviluppato da SIA Servizi Integrati Assindustria Abruzzo Srl. SIA non osserva questo modello dall’esterno: figura come proponente di diversi programmi Road To Italy approvati dal Ministero, tra cui ELEC-TI per tecnici delle reti elettriche in Albania, M.E.T.A.L. per saldatori in Libano, S.T.E.E.L. per saldatori in Siria e R.E.B.R.I.C.K. per muratori altamente specializzati in Moldavia. La logica è costruire il collegamento tra il fabbisogno dell’impresa italiana e una professionalità da individuare e preparare nel Paese d’origine. Non cercare una porta secondaria. Organizzare meglio il percorso verso quella principale.
Il viaggio non finisce all’aeroporto
Anche l’ultimo tratto sta diventando digitale. Dal 19 giugno 2026 le procedure semplificate per la sottoscrizione del contratto di soggiorno sono state estese agli ingressi dei lavoratori formati all’estero e ai lavoratori altamente qualificati della Carta Blu UE. Il contratto viene generato dal sistema e, dopo l’ingresso del lavoratore, deve essere sottoscritto e restituito telematicamente dal datore allo Sportello Unico entro quindici giorni, per consentire gli adempimenti legati al permesso di soggiorno.
Formazione nel Paese d’origine. Certificazione delle competenze. Lingua. Impresa. Nulla osta. Contratto. Permesso di soggiorno. Vista tutta insieme, la sequenza racconta qualcosa di più importante della singola pratica amministrativa: sta nascendo una filiera dell’ingresso professionale. Ed è la filiera sulla quale Road To Italy prova a costruire un metodo replicabile per le imprese che non cercano genericamente manodopera straniera, ma determinate competenze.
Per anni abbiamo cominciato a occuparci del lavoratore quando arrivava alla frontiera. Il nuovo modello prova a fare esattamente il contrario. Prima sapere chi serve. Poi formarlo. Poi farlo arrivare. Perché il viaggio verso un’azienda italiana dovrebbe cominciare da un posto di lavoro che esiste, non da una speranza di trovarlo.





