Società – Torino laboratorio di futuro: quando l’impresa parte dai rifugiati

Torino è da anni una delle città italiane più attente al tema dell’inclusione lavorativa dei migranti, e oggi sta diventando un laboratorio avanzato di imprenditorialità per rifugiati. Progetti come INNOVATE, finanziato dalla Commissione europea, puntano proprio su questo: usare l’autoimpiego come strumento di integrazione di lungo periodo, aiutando chi è arrivato in Italia in fuga da guerre o persecuzioni a diventare, passo dopo passo, titolare di un’attività.

Il percorso non si limita a qualche workshop motivazionale. Prevede consulenza legale e fiscale, formazione su come leggere un business plan, uso degli strumenti digitali, accesso a microcredito e mentoring da parte di professionisti del territorio. In parallelo, iniziative sostenute da fondazioni come The Human Safety Net affiancano i rifugiati nella ricerca di lavoro dipendente e nella crescita professionale, creando una rete di imprese disponibili a sperimentare inserimenti mirati, tirocini, contratti stabili. Il risultato è una sorta di ecosistema: c’è chi trova un posto in azienda, chi avvia un piccolo laboratorio artigianale, chi apre un’attività nei servizi alla persona, nella ristorazione, nella logistica urbana.

Queste esperienze raccontano un’Italia diversa da quella inchiodata alla retorica dell’emergenza. Qui il rifugiato non è più solo un “ospite da gestire”, ma un soggetto economico che porta idee, competenze, reti transnazionali. Una donna che ha lavorato per anni in un salone di bellezza nel suo Paese può aprire un’attività che parla a una clientela nuova e curiosa. Un cuoco che ha cucinato street food in Africa o Medio Oriente può portare in quartiere sapori e format che funzionano anche sul mercato italiano. Con il supporto giusto, il passo dall’accoglienza all’autonomia non è un salto nel buio, ma una scala fatta di gradini ben costruiti.

In questa scala, SIA Servizi e Road To Italy® possono collocarsi esattamente nel punto in cui tutto rischia di incepparsi: la formazione di base e la connessione con il lavoro. Senza italiano, senza corsi strutturati di secondo livello, senza accompagnamento ai servizi per l’impiego, il migliore progetto di autoimpiego resta sulla carta. Con percorsi formativi mirati, bilanci di competenze, tutoraggio e contatti diretti con aziende e reti d’impresa, la città che sperimenta – come Torino oggi – diventa un modello replicabile. Non è solo inclusione: è sviluppo locale costruito a partire da chi, fino a ieri, veniva descritto solo come “problema”.

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