Case popolari, svolta della Consulta: illegittima la residenza “troppo lunga” richiesta agli stranieri

La Corte Costituzionale cambia ancora il quadro sull’accesso alle case popolari. E lo fa con una sentenza destinata ad avere effetti concreti in molte Regioni italiane. Il principio è netto: richiedere una residenza pregressa e prolungata per accedere all’edilizia residenziale pubblica può essere incostituzionale. Soprattutto se quel requisito diventa una barriera indiretta contro cittadini stranieri, famiglie fragili o persone appena stabilizzate sul territorio.

La decisione arriva dopo anni di ricorsi e polemiche. In molte amministrazioni locali, infatti, per entrare nelle graduatorie ERP venivano richiesti cinque, dieci o perfino quindici anni di residenza continuativa nella Regione o nel Comune. Un criterio spesso difeso come strumento per “premiare il radicamento territoriale”. Ma che secondo la Consulta rischia invece di trasformarsi in una discriminazione incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza.

La Corte ha ribadito un concetto già emerso in altre pronunce degli ultimi anni. Il bisogno abitativo è legato alla condizione economica e sociale della persona. Non alla durata della sua permanenza amministrativa in un territorio. E questo vale anche per i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti.

Una posizione che riapre inevitabilmente il dibattito politico. Perché il tema della casa è diventato uno dei punti più delicati dell’equilibrio sociale italiano. Affitti alle stelle. Emergenza abitativa crescente. Famiglie italiane in difficoltà. Migliaia di lavoratori stranieri che vivono in condizioni precarie pur avendo un contratto regolare. Una pressione continua che negli ultimi anni ha spinto molte Regioni a irrigidire i criteri di accesso.

Ma la Consulta invita a distinguere. Una cosa è valorizzare il legame col territorio. Un’altra è costruire requisiti sproporzionati che finiscono per escludere persone fragili da un diritto essenziale. Anche perché il problema abitativo oggi riguarda sempre più spesso lavoratori veri. Persone inserite nel tessuto produttivo. Famiglie con figli. Operatori agricoli, addetti alla logistica, badanti, operai, figure tecniche. Gente che lavora. Che paga tasse. Ma che fatica comunque a trovare stabilità.

Secondo diversi report di Caritas e ISTAT, il tema della casa sta diventando uno dei principali fattori di vulnerabilità sociale anche per chi possiede un’occupazione regolare. In molte città italiane il costo degli affitti cresce più velocemente dei salari. E questo colpisce soprattutto chi si trova nelle prime fasi del proprio percorso di integrazione.

Dentro questo scenario si muove anche il grande tema dell’inclusione reale. Perché integrazione non significa soltanto ottenere un documento o un permesso. Significa costruire autonomia. Stabilità. Lingua. Formazione. Lavoro. E successivamente anche accesso ai servizi essenziali, compresa la casa.

Non a caso negli ultimi anni molte realtà che operano nel settore della formazione e dell’inserimento lavorativo stanno cercando di creare percorsi sempre più strutturati. Non semplice assistenzialismo. Ma accompagnamento concreto. Dalla lingua italiana di base fino ai corsi professionalizzanti. Dall’orientamento al collegamento diretto con le aziende.

È una trasformazione che riguarda sempre più anche il mondo produttivo italiano. Perché oggi molte imprese non cercano soltanto manodopera. Cercano persone formate. In grado di comprendere lingua, sicurezza, procedure e dinamiche lavorative. E senza questo passaggio il rischio è creare precarietà permanente. Sociale e abitativa.

In questo quadro si inseriscono anche progetti come quelli sviluppati da SIA Servizi e Road To Italy®. Percorsi costruiti attorno alla formazione linguistica e professionale, con l’obiettivo di accompagnare le persone verso un’integrazione concreta nel mercato del lavoro italiano. Un modello che prova a collegare accoglienza, competenze e autonomia. Perché dietro il tema della casa, oggi, c’è soprattutto una domanda di stabilità. E senza stabilità diventa difficile costruire qualsiasi futuro.