Caporalato e schiavitù nei campi: l’Italia tra sfruttamento e riscatto

Viaggiavano ammassati nei camion insieme alle cassette di frutta e verdura. È l’immagine che arriva dal Casertano, tra Napoli e Villa Literno, dove un’inchiesta della Procura di Napoli Nord e dei Carabinieri del Comando per la Tutela del Lavoro ha scoperchiato un maxi giro di caporalato: ottanta lavoratori reclutati tra i migranti, turni massacranti fino a 14 ore al giorno, paghe da fame, nessun diritto.

Un’ora di lavoro veniva pagata 2 euro e 70 centesimi. In altri casi un euro a cassetta. Se non raggiungevi la quota, niente salario e a volte neanche da mangiare. “Senza la quota non si mangia”: così, secondo gli investigatori, i caporali tenevano sotto ricatto i braccianti, in maggioranza cittadini indiani, tutti irregolari sul territorio italiano. Il titolare dell’azienda agricola, con la moglie, è finito ai domiciliari. Due caporali di nazionalità indiana sono irreperibili, probabilmente rientrati in patria. Intorno, un’area agricola che vive da anni sull’ombra lunga dello sfruttamento.

Non è un caso isolato. Dalle indagini della Guardia di Finanza in Veneto ai blitz nelle campagne del Veronese, emergono schemi simili: promesse di lavoro regolare in Italia in cambio di migliaia di euro, debiti che intrappolano i lavoratori, passaporti sequestrati, alloggi fatiscenti, giornate infinite nei campi per salari che non arrivano mai davvero nelle loro tasche. Un meccanismo di schiavitù moderna che si nutre della vulnerabilità dei rifugiati e dei richiedenti asilo, spesso in attesa di un permesso di soggiorno, senza lingua, senza reti, senza punti di riferimento affidabili.

La fotografia che ne esce è quella di un Paese attraversato da due Italie. Da una parte, l’Italia che sfrutta: aziende che si appoggiano ai caporali per riempire i campi di braccia a basso costo, fondi pubblici che in passato sono finiti anche a realtà coinvolte in condanne per caporalato, una “condizionalità sociale” europea ancora troppo debole per spezzare il legame tra denaro pubblico e lavoro nero. Dall’altra, l’Italia che prova a cambiare rotta: magistrati, forze dell’ordine, sindacati, associazioni e amministrazioni locali che aprono progetti di accoglienza dignitosa, sperimentano percorsi di formazione e cercano di collegare domanda e offerta di lavoro nel rispetto delle regole.

È qui che si gioca la partita vera. Perché ogni volta che un lavoratore finisce nelle mani dei caporali, è quasi sempre passato un vuoto: nessuno gli ha spiegato quali siano i canali legali, nessuno lo ha accompagnato a capire i contratti, nessuno lo ha aiutato a trasformare un permesso e un titolo di studio in un impiego stabile. È esattamente questo vuoto che realtà come SIA Servizi e Road To Italy® cercano di riempire: corsi di lingua italiana di base e avanzata, percorsi di formazione professionale mirati ai settori dove le imprese italiane cercano personale, accompagnamento all’inserimento lavorativo con aziende che vogliono operare nella legalità. Un modello che non si limita a “ospitare” chi arriva, ma gli offre una strada concreta per vivere e lavorare in Italia nel rispetto della legge, lontano dalle trappole del caporalato.

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