Calcio come nuova casa: rifugiati un futuro in squadra

Nel rettangolo verde, non conta da dove vieni ma quanto sogni.
È lo spirito che anima centinaia di iniziative in Italia dove il calcio è diventato molto più di uno sport: è uno strumento di inclusione, un linguaggio universale capace di abbattere confini e restituire dignità a chi ha perso tutto.
Secondo l’UNHCR, il 70% dei rifugiati che partecipa a progetti sportivi in Europa mostra miglioramenti significativi nella socialità, nell’apprendimento linguistico e nella ricerca di lavoro. E l’Italia, negli ultimi anni, è diventata un laboratorio di buone pratiche.

A Torino la squadra Balon Mundial, nata oltre dieci anni fa, unisce atleti di più di trenta nazionalità diverse, dai richiedenti asilo ai giovani italiani. A Roma, l’associazione Liberi Nantes è il primo club interamente composto da rifugiati: una realtà che oggi collabora con la FIGC e con il CONI per progetti di inclusione sociale. Anche la Serie A ha aperto la strada con programmi come “We Are One” della Lega Calcio, dove sport, formazione e accoglienza diventano strumenti per costruire futuro.

Nel calcio dei rifugiati si gioca anche la partita dell’integrazione linguistica e professionale. Perché, dietro ogni allenamento, c’è la necessità di imparare l’italiano, conoscere le regole del lavoro, inserirsi in comunità nuove. È la stessa direzione tracciata da SIA Servizi e dal progetto Road To Italy®, che uniscono corsi di lingua italiana e formazione professionale per accompagnare rifugiati e migranti verso una piena autonomia. Così, da un pallone che rotola, può nascere una nuova vita.

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