Patenti costose, formazione da semplificare e condizioni di lavoro da migliorare. Dal confronto nazionale dell’Albo degli Autotrasportatori emerge un problema che rischia di frenare l’intera filiera logistica. E mentre si cercano soluzioni per avvicinare i giovani alla professione, si apre anche la questione delle competenze da formare nei Paesi terzi.
Il trasporto corre, ma chi si mette al volante?
Le merci viaggiano, le imprese producono, la logistica continua a rappresentare una delle arterie fondamentali dell’economia italiana. Eppure, lungo questa catena che collega stabilimenti, magazzini, porti e mercati, c’è un anello che rischia di diventare sempre più fragile: la disponibilità di conducenti professionali. È uno dei temi centrali emersi venerdì 9 ottobre a Roma, durante il secondo appuntamento del Comitato Centrale dell’Albo degli Autotrasportatori, organizzato in collaborazione con la rivista TIR e alla presenza delle associazioni di categoria e dei rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il confronto mette in evidenza una contraddizione difficile da ignorare: mentre il settore ha bisogno di nuove professionalità, l’accesso alla professione resta complesso e costoso. Conseguire le patenti necessarie e la Carta di qualificazione del conducente (CQC) richiede un investimento economico e formativo che può scoraggiare soprattutto i più giovani. Da qui le proposte per semplificare i percorsi, eliminare duplicazioni, ampliare le possibilità di formazione a distanza e valutare esami anche in lingua inglese. Sul tavolo anche nuovi incentivi economici e strumenti per favorire un ingresso più precoce nella professione. Ma il problema non si esaurisce nelle abilitazioni: senza aree di sosta adeguate, servizi e condizioni di lavoro sostenibili, trovare nuovi autisti rischia di diventare soltanto metà della soluzione.
Formare non basta: bisogna rendere il lavoro una scelta possibile
È proprio questo uno degli aspetti più significativi del confronto romano. La carenza di conducenti non può essere affrontata esclusivamente aumentando il numero di persone abilitate alla guida. Occorre rendere la professione nuovamente attrattiva, intervenendo sulle condizioni che accompagnano quotidianamente il lavoro degli autotrasportatori. Le aree di sosta, ad esempio, non sono semplici parcheggi: rappresentano infrastrutture indispensabili per garantire riposo, sicurezza e qualità della vita professionale. Il loro potenziamento, insieme alla revisione dei percorsi formativi e al contenimento dei costi di accesso, diventa parte di una strategia più ampia. Perché il vero obiettivo non è soltanto portare nuovi lavoratori al volante, ma creare le condizioni affinché possano restarci. Una sfida che coinvolge imprese, associazioni e istituzioni e che impone di guardare oltre l’emergenza immediata. Se il settore continua a cercare autisti senza riuscire a intercettare un numero sufficiente di candidati, significa che il problema riguarda anche la capacità di programmare il ricambio generazionale e costruire percorsi professionali credibili.
Dai fabbisogni delle imprese ai Paesi terzi: la strada per costruire nuove competenze
Ed è su questo terreno che la questione assume una dimensione ancora più ampia, incrociando direttamente la missione di Road To Italy® e SIA Servizi. La formazione dei conducenti non può essere considerata un percorso isolato dalle esigenze delle aziende: deve partire da una domanda occupazionale concreta, da professionalità chiaramente individuate e dalla prospettiva di un effettivo inserimento lavorativo. Accanto agli incentivi per i giovani italiani e alla riqualificazione di chi è già presente sul territorio, esiste infatti un’ulteriore possibilità da sviluppare: costruire percorsi di selezione e formazione professionale nei Paesi terzi, secondo le disposizioni dell’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione e del quadro normativo introdotto dal Decreto Cutro. Un’opportunità che richiede naturalmente di affrontare anche le specifiche regole per il riconoscimento delle patenti, il conseguimento delle abilitazioni e della CQC, senza dare per scontata l’equivalenza dei titoli esteri. Il punto di partenza, tuttavia, resta lo stesso: raccogliere i fabbisogni reali delle imprese di autotrasporto, eventualmente aggregandoli attraverso le associazioni di categoria, per valutare percorsi formativi condivisi e finalizzati all’occupazione in Italia. Non una scorciatoia per aggirare le difficoltà del settore, ma una possibile risposta complementare agli strumenti già esistenti. Perché se sappiamo che nei prossimi anni serviranno nuovi autisti, la sfida non è soltanto cercarli quando mancano. È cominciare oggi a prepararli per il lavoro di domani.





