L’intelligenza artificiale corre. Le competenze un po’ meno
Possiamo acquistare il software, installare una nuova piattaforma, automatizzare una linea e portare l’intelligenza artificiale dentro una piccola impresa. Poi, però, davanti allo schermo deve sedersi qualcuno che sappia utilizzarla. È il nuovo paradosso del sistema produttivo italiano fotografato dall’Ufficio Studi di Confartigianato. Nel 2025 le imprese hanno richiesto 621mila lavoratori con competenze digitali avanzate, ma 316mila, pari al 50,8%, sono risultati difficili da reperire. Contemporaneamente il 71,8% delle aziende ha effettuato investimenti in almeno uno degli ambiti della transizione digitale e il 58,6% indica proprio la mancanza di personale qualificato come principale ostacolo all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. La questione diventa ancora più interessante osservando le imprese associate a Confindustria: il 18,7% utilizza già regolarmente strumenti di IA e un altro 37% ne sta valutando l’introduzione; tra quelle che utilizzano o stanno considerando queste tecnologie, quasi una su due ha già intrapreso almeno un’azione sul capitale umano. Non è quindi soltanto una rivoluzione tecnologica. È una corsa alle persone capaci di governarla. E per una volta il posto vuoto non è davanti a un tornio. È davanti a un computer.
Il Decreto Cutro non deve fermarsi ai mestieri tradizionali
Quando si parla di formazione nei Paesi terzi e articolo 23, l’immagine immediata è spesso quella del saldatore, del muratore, dell’elettricista o dell’operatore specializzato. Professionalità essenziali, ma il principio del Decreto Cutro è più ampio: costruire programmi di formazione professionale e civico-linguistica coerenti con i fabbisogni del mercato del lavoro italiano. Ed è qui che si apre un terreno ancora poco esplorato. Se un gruppo di aziende italiane individua un fabbisogno reale di tecnici digitali, operatori capaci di lavorare su sistemi automatizzati o altre professionalità compatibili con la disciplina dei programmi, il percorso può essere costruito partendo esattamente da quelle competenze. Prima l’impresa italiana e la mansione. Poi il Paese terzo nel quale individuare candidati con una base adeguata. Quindi selezione e formazione specialistica, lingua italiana e preparazione civico-lavorativa. Infine, per chi completa positivamente un programma approvato e in presenza di un datore di lavoro, le procedure per l’ingresso legale e l’assunzione. Paese terzo → selezione e formazione → ingresso legale → azienda italiana. Cambia il mestiere, non cambia la filosofia: non importare genericamente lavoratori, ma preparare professionalità sulla domanda concreta del sistema produttivo.
Road To Italy, dal cacciavite all’algoritmo la missione resta la stessa
Per Road To Italy di SIA Servizi è un’evoluzione naturale della missione. L’Italia continuerà ad avere bisogno di saldatori, elettricisti e manutentori, ma contemporaneamente avrà bisogno di persone capaci di lavorare dentro fabbriche sempre più digitalizzate. Il confine tra i due mondi, peraltro, è già molto più sottile di quanto sembri: una macchina utensile è governata dal software, la manutenzione diventa predittiva, un magazzino dialoga con sistemi automatizzati e persino un tecnico tradizionale deve confrontarsi con strumenti digitali sempre più sofisticati. Il dato dei 316mila profili difficili da reperire suggerisce allora una nuova domanda per le imprese italiane: perché non programmare una parte di queste competenze prima che il divario diventi ancora più grande? L’articolo 23 può essere uno degli strumenti, quando esistono i presupposti e un fabbisogno occupazionale concreto. La tecnologia può attraversare un oceano in una frazione di secondo. Le persone, giustamente, devono seguire regole, formazione e percorsi legali. Ma se sappiamo già quale competenza servirà domani, possiamo cominciare a formarla oggi. Anche a migliaia di chilometri dalla scrivania sulla quale, un giorno, qualcuno dovrà utilizzarla.





