Manutentori meccanici ed elettrici difficili da reperire mentre la transizione ecologica moltiplica investimenti e nuove professionalità. A mettere a fuoco il problema è Iren, una delle principali multiutility italiane. Alessandro Rusciano: «Per alcune professionalità la domanda è superiore all’offerta».
La transizione verde corre, ma servono persone per realizzarla
Energie rinnovabili, economia circolare, efficientamento energetico, nuovi impianti. La transizione verde cambia il volto dell’industria italiana e apre nuovi spazi occupazionali, ma porta con sé un problema sempre più concreto: trovare le persone capaci di realizzarla. E quando a sollevare la questione è Iren, la dimensione del tema cambia. Parliamo di uno dei principali gruppi multiutility italiani, attivo nell’energia, nelle reti, nel ciclo idrico e nei servizi ambientali, con oltre 11.900 dipendenti, 6,57 miliardi di euro di ricavi nel 2025 e 925 milioni di investimenti tecnici nello stesso anno. Numeri che danno peso a una denuncia che supera inevitabilmente i confini della singola azienda. Iren fotografa infatti una domanda crescente di professionalità legate alla transizione: tecnici, permitting specialist, construction manager, progettisti, operatori dell’economia circolare, assistenti di cantiere e figure impegnate nei controlli ambientali. Ma proprio mentre aumentano investimenti e nuove competenze richieste, emerge il rovescio della medaglia: alcuni lavoratori semplicemente non si trovano.
Rusciano: «Per alcune professionalità la domanda è superiore all’offerta»
È Alessandro Rusciano, direttore Personale e Organizzazione di Iren, a portare il problema direttamente sul terreno delle imprese: «Per alcune professionalità la domanda è superiore all’offerta». E gli esempi sono tutt’altro che astratti: manutentori meccanici ed elettrici, figure indispensabili per tenere in funzione impianti e infrastrutture. La risposta indicata passa anche dalla formazione e dalla creazione di un ponte con le scuole. Ma la questione assume una dimensione ben più ampia: se gli investimenti accelerano e le competenze non crescono alla stessa velocità, il capitale umano rischia di diventare il collo di bottiglia della transizione verde. Perché si può progettare un impianto, finanziarlo e riempirlo di tecnologia, ma poi servono persone preparate per costruirlo, gestirlo e mantenerlo.
Prima il fabbisogno, poi la formazione: la strada che guarda anche ai Paesi terzi
È una dinamica che Road To Italy® e SIA Servizi stanno intercettando in settori diversi del sistema produttivo: dalla manifattura alla nautica, dal turismo all’impiantistica. Cambiano le professioni, ma il problema torna: le aziende hanno bisogno di competenze che il mercato interno non sempre riesce a garantire. La prima risposta passa naturalmente da scuole, ITS, formazione professionale e politiche attive. Ma quando il fabbisogno rimane scoperto, esiste anche un secondo livello: guardare ai Paesi terzi, partendo però dalla necessità concreta dell’impresa. È la logica dei percorsi previsti dal Decreto Cutro e dall’articolo 23: individuare prima i profili necessari, selezionare e formare le persone nel Paese d’origine – anche sul piano linguistico e civico – e costruire successivamente il percorso di ingresso legale finalizzato all’occupazione in Italia. Iren non indica questa soluzione né annuncia un progetto di questo tipo: la sua denuncia mette però a fuoco un problema che il sistema Italia è chiamato ad affrontare. E la frase di Rusciano consegna una domanda alla quale servono risposte concrete: se sappiamo già quali professionalità mancano, perché aspettare che il posto resti vuoto prima di cominciare a formarle?





