Confindustria Nautica accende i riflettori sul paradosso di una delle eccellenze del Made in Italy: l’Economia del Mare avrà bisogno di 175 mila lavoratori entro il 2030, mentre nella cantieristica quasi una posizione ricercata su due è difficile da coprire. Formazione e nuove competenze diventano la prossima grande sfida della Blue Economy italiana.
Il gigante italiano della nautica ha fame di competenze
GENOVA – Le mani che saldano uno scafo, quelle che lavorano negli impianti, collegano un quadro elettrico, intervengono su un motore o restituiscono nuova vita a un’imbarcazione durante un refitting. Dietro lo yacht che prende il mare c’è una filiera molto più lunga di quanto racconti la fotografia finale.
Ed è proprio lì che emerge un nuovo paradosso del Made in Italy. L’Italia continua a dominare la nautica mondiale, ma rischia di non trovare abbastanza persone per accompagnarne la crescita. Secondo lo studio Confindustria-BCG richiamato da Confindustria Nautica il 3 ottobre al Salone Nautico Internazionale di Genova, l’intera Economia del Mare esprime un fabbisogno stimato di 175.000 lavoratori nel periodo 2026-2030. Nella cantieristica, in particolare, la difficoltà di reperimento raggiunge il 43% delle figure ricercate, quasi il doppio rispetto alla media indicata per il settore.
Un numero che va letto correttamente: non significa 175 mila assunzioni già disponibili e non rappresenta un programma di ingresso di lavoratori dall’estero. È la fotografia di un fabbisogno professionale che si proietta sui prossimi anni. E proprio per questo assume un peso ancora maggiore.
8,72 miliardi di fatturato: il paradosso di un Made in Italy da record
Per capire la dimensione della sfida basta guardare dall’altra parte del foglio.
Nel 2025 l’industria nautica italiana ha raggiunto il nuovo record di 8,72 miliardi di euro di fatturato, con 32.420 addetti diretti e circa 170 mila occupati nell’intera filiera. La cantieristica destina all’estero il 90% della propria produzione e l’export ha toccato il massimo storico di 4,4 miliardi. Ancora più impressionante il dato sui superyacht: 568 unità in ordine, il 52% del totale mondiale.
L’Italia, insomma, le barche sa costruirle. E sa venderle al mondo.
Il problema diventa avere domani abbastanza professionalità per continuare a farlo.
Perché intorno a un’imbarcazione si muove un universo che non finisce ai cancelli del cantiere: componentistica, impiantistica, manutenzione, refitting, servizi portuali, equipaggi. Una catena del valore capace di moltiplicare il proprio impatto sull’economia: secondo gli studi presentati da Confindustria Nautica, per ogni addetto nel cuore del comparto vengono attivati 7,1 posti di lavoro lungo l’intera filiera.
Ed è qui che la mancanza di competenze smette di essere soltanto un problema occupazionale e diventa un potenziale limite alla crescita.
Saldatori, elettricisti, meccanici: la sfida comincia dalla formazione
La richiesta che arriva dal settore è chiara: investire sulla formazione. Confindustria Nautica richiama la necessità di preparare sia personale navigante sia professionalità tecniche a terra, coinvolgendo gli istituti nautici e l’Accademia Italiana della Marina Mercantile.
Ma dietro le percentuali ci sono mestieri concreti. La filiera della nautica e della cantieristica incrocia infatti competenze che vanno dalla meccanica all’impiantistica, dalla carpenteria all’elettricità, fino alla manutenzione e al refitting. E il punto diventa molto simile a quello che sta emergendo in altri comparti produttivi italiani: non basta cercare più persone. Bisogna costruire le competenze che mancano. Prima individuando il fabbisogno reale delle aziende. Poi aggregando necessità simili quando la singola impresa ricerca soltanto poche unità. Infine costruendo percorsi formativi direttamente collegati a una prospettiva occupazionale.
Dalla Blue Economy ai Paesi terzi: una strada ancora da costruire
È proprio su quest’ultimo terreno che la notizia diventa particolarmente interessante per Road To Italy®. Ad oggi non esiste, sulla base delle informazioni diffuse da Confindustria Nautica, un progetto della filiera nautica costruito attraverso l’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione. E sarebbe sbagliato presentarlo come tale.
Esiste però un fabbisogno aggregato, ufficialmente rappresentato da un’associazione di categoria, che apre una domanda precisa: quando alcune professionalità non sono sufficientemente disponibili sul mercato interno, è possibile individuarle e formarle prima dell’ingresso in Italia? È il principio sul quale si muovono i percorsi previsti dal Decreto Cutro e dall’articolo 23: partire dalle necessità effettive del sistema produttivo, selezionare nei Paesi terzi le persone potenzialmente idonee, formarle professionalmente e sul piano linguistico e civico prima della partenza e collegare il percorso a imprese italiane realmente interessate all’assunzione.
Per la nautica la partita potrebbe avere una caratteristica ulteriore: aggregare la domanda. Un cantiere può avere bisogno di pochi saldatori, un altro di elettricisti, un’azienda dell’indotto di manutentori o meccanici. Esigenze singolarmente limitate che, se raccolte attraverso la filiera e le associazioni di rappresentanza, possono assumere una dimensione completamente diversa.
Non è ancora un progetto. È una strada da verificare e costruire. Ma mentre gli yacht italiani continuano a conquistare i mercati mondiali, il dato arrivato da Genova manda un messaggio difficile da ignorare: il prossimo primato della nautica italiana non si giocherà soltanto sulla bellezza delle imbarcazioni, sulla tecnologia o sulla capacità di esportarle.
Si giocherà anche sulle persone capaci di costruirle.





