Minori stranieri: proteggere non basta, serve accompagnare

C’è un punto in cui l’accoglienza da sola non è più sufficiente. È il momento in cui un ragazzo arrivato in Italia da solo smette di essere soltanto un minore da proteggere e diventa una persona che deve costruirsi un futuro. È dentro questo passaggio che acquista peso il protocollo d’intesa tra UNICEF e Sviluppo Lavoro Italia, perché mette al centro una delle fratture più delicate del sistema: la transizione dei minori stranieri non accompagnati verso autonomia, orientamento e lavoro. In Italia i MSNA censiti al 30 giugno 2024 erano 20.206; la maggioranza era composta da maschi e la fascia più rappresentata era quella dei 17 anni, cioè ragazzi già molto vicini alla maggiore età. Arrivavano soprattutto da Egitto, Ucraina, Gambia, Tunisia e Guinea.

Il dato vero, però, non è solo numerico. È strutturale. Perché quando un minore straniero non accompagnato entra nel sistema italiano, il tema non è soltanto garantire un letto, una tutela giuridica o la presa in carico sociale. Tutto questo è indispensabile. Ma non basta. La legge 47/2017 ha rafforzato in modo decisivo gli strumenti di protezione, equiparando i minori stranieri non accompagnati ai minori italiani sul piano dei diritti e introducendo anche il divieto di respingimento alla frontiera. A questo si aggiungono il monitoraggio attraverso il Sistema Informativo Minori e il quadro di coordinamento affidato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, anche con il DPR 231/2023, entrato in vigore nel marzo 2024.

Ma il punto critico arriva dopo. O meglio: arriva proprio mentre tutto questo accade. Perché gran parte di questi ragazzi ha 16 o 17 anni. E dunque vive già la pressione del tempo. Il tempo dell’italiano da imparare. Il tempo della scuola o della formazione. Il tempo dei documenti. Il tempo dell’inserimento. E soprattutto il tempo della maggiore età, che in molti casi rischia di trasformarsi in una soglia più burocratica che emancipante. È per questo che la collaborazione tra UNICEF e Sviluppo Lavoro Italia va letta non come un atto formale ma come un segnale politico e operativo: il sistema prova a collegare la protezione con l’autonomia, e l’autonomia con strumenti reali di orientamento e lavoro. Questa direzione è coerente anche con altri interventi già attivi: UNICEF ha lanciato il corso e-learning Skills4YOUth per supportare educatori, operatori, mediatori e tutori nell’orientamento educativo, formativo e professionale di minori stranieri non accompagnati e giovani migranti e rifugiati; ha inoltre pubblicato un Vademecum per l’orientamento formativo e professionale pensato proprio per accompagnare la transizione verso il lavoro.

Qui sta il nodo. I minori stranieri non accompagnati non chiedono solo protezione. Chiedono una traiettoria. E una traiettoria si costruisce con tre elementi: lingua, competenze, accompagnamento. Senza italiano, l’orientamento resta debole. Senza orientamento, la formazione non trova sbocco. Senza un contatto credibile con il mondo produttivo, anche il miglior percorso rischia di spezzarsi sul più bello. Non a caso le raccomandazioni e i materiali prodotti negli ultimi anni intorno ai MSNA insistono sempre più sulla necessità di velocizzare le procedure, dare continuità ai percorsi e lavorare sull’inclusione sociale e professionale in modo non episodico. UNICEF stessa ha più volte messo l’accento sulla necessità di sostenere l’inclusione, la partecipazione e il protagonismo dei minorenni migranti e rifugiati.

Sviluppo Lavoro Italia, da parte sua, si colloca proprio su questo crinale. Nei contenuti pubblici della società emergono già strumenti che vanno nella stessa direzione: il progetto Percorsi 4 è rivolto a minori stranieri non accompagnati di almeno 16 anni e a giovani entrati in Italia come MSNA fino a 24 anni, con percorsi di inserimento lavorativo e una “dote” economica a supporto dei tirocini; inoltre il programma PUOI Plus, attuato da Sviluppo Lavoro Italia e sostenuto da risorse FAMI e FSE+, prevede un avviso da 42 milioni di euro per 6.200 percorsi di inclusione socio-lavorativa per migranti vulnerabili, tra cui anche gli ex MSNA.

Questo significa una cosa molto concreta. Che il tema dei minori soli non può più essere raccontato solo come emergenza o fragilità. Va raccontato anche come investimento di lungo periodo. Perché un ragazzo che arriva solo in Italia e viene accompagnato bene nei mesi decisivi non è semplicemente “messo in sicurezza”. È messo nelle condizioni di non perdersi. E non perdersi, in questi casi, vuol dire imparare la lingua, capire il contesto, riconoscere le proprie competenze, trovare una direzione, evitare il vuoto che troppo spesso si apre nel passaggio alla maggiore età.

Il protocollo tra UNICEF e Sviluppo Lavoro Italia sembra muoversi esattamente in questo spazio. Quello che separa la tutela dalla prospettiva. Ed è uno spazio enorme, perché riguarda istruzione, orientamento, capacità di leggere il mercato, accompagnamento degli operatori, costruzione di percorsi coerenti. Il rischio più grande, infatti, non è solo quello dell’abbandono. È quello della dispersione. Dispersione di talento, di tempo, di energie, di possibilità. Un Paese che accoglie ma non accompagna fino al lavoro lascia il percorso a metà.

Per questo la sfida oggi non è più soltanto proteggere. È rendere lineare il passaggio verso l’autonomia. Ed è qui che tornano decisive le filiere serie, quelle che non si fermano all’aula né alla teoria. Quelle che partono dall’italiano di base, crescono con formazione più avanzata e arrivano a un contatto reale con il tessuto produttivo. È una logica che parla anche la lingua della missione di SIA Servizi e di Road To Italy: costruire percorsi progressivi, dalla lingua ai corsi di secondo livello, fino all’incontro con il lavoro. Perché, soprattutto quando si parla di minori arrivati da soli, l’inclusione vera non è quella che li mette semplicemente al riparo. È quella che li rimette in cammino.