In Italia il dibattito sui rimpatri è spesso al centro delle tensioni politiche. Ma cosa significa davvero riportare una persona nel proprio Paese di origine? I dati disponibili mostrano un quadro complesso in cui il costo economico si intreccia con inefficienze burocratiche e difficoltà pratiche che rendono il sistema inefficace e costoso per lo Stato.
Secondo le norme italiane, per i lavoratori extracomunitari irregolari il costo medio del rimpatrio calcolato dall’Interno era di circa 2.365 euro nel 2023, in aumento rispetto agli anni precedenti a causa degli oneri legati all’accompagnamento e alla scorta.
Anche dati più generali indicano che il costo delle pratiche di rimpatrio può variare sensibilmente: per ogni espulsione con scorta si possono spendere fino a 5.000 euro o più fra personale, voli, scorta e trasferimenti interni. Se si guarda oltre i numeri contabili e si considerano le spese accessorie come quelle dei centri di trattenimento pre-rimpatrio (i CPR), i costi diventano ancora più elevati: gestire un migrante in un centro può costare decine di migliaia di euro in un anno, fino a picchi di oltre 70 mila euro per posto letto in alcune strutture italiane.
Questi numeri rendono evidente una realtà poco raccontata: nonostante le spese, la maggior parte delle espulsioni non viene effettivamente eseguita. Secondo dati Eurostat, poco più di un quarto (circa il 26 %) delle decisioni di abbandono del territorio nell’UE si traduce in un rimpatrio effettivo, il resto resta su carta o bloccato da ostacoli diplomatici e legali.
Il risultato è un circolo di costi elevati e risultati modesti. Una politica centrata sui rimpatri finisce per drenare risorse significative, ma senza incidere sulle reali capacità di integrazione o sulla gestione umana dei flussi migratori. Le spese per strutture estere legate alla detenzione o ai rimpatri possono essere esorbitanti, con progetti del valore di centinaia di milioni di euro nei Balcani che sollevano questioni non solo economiche ma anche di diritti umani.
In questo contesto, guardare solo ai costi dei rimpatri rischia di essere una visione parziale. L’altra faccia della medaglia riguarda le opportunità di inclusione e di inserimento lavorativo. Investire nella formazione, nelle competenze e nell’orientamento professionale può ridurre la pressione sul sistema delle espulsioni e creare percorsi di autonomia reale.
È qui che prende significato un modello diverso di approccio. Road To Italy® non affronta il fenomeno migratorio come un problema da gestire con soli strumenti repressivi. Piuttosto interpreta la formazione linguistica di base, i corsi di secondo livello e l’accompagnamento nel mondo del lavoro come leve strategiche per trasformare potenziale in occupabilità concreta. Invece di puntare esclusivamente a politiche di ritorno, questa prospettiva mette al centro la persona e le sue possibilità di contribuire alla società attraverso competenze realmente spendibili.
La missione di SIA Servizi, con percorsi formativi mirati e collegamenti diretti con opportunità lavorative, si inserisce in questa logica: non semplici corsi, ma un ponte tra chi arriva e un futuro sostenibile. Un investimento sulle competenze può generare valore nel medio e lungo termine, a beneficio non solo degli individui coinvolti ma anche del sistema sociale ed economico italiano nel suo complesso.





